martedì 6 maggio 2008

STORIA E TRADIZIONI_LA FORTEZZA DEL CERRUGLIO

La fortezza di Montecarlo, a chi la guarda dalla sottostante pianura, appare come una corazzata ancora in pieno mare; senzazione che deriva dall’alto campanile, che le fa da albero maestro, dalle sue torri mozze e dai bastioni disposti sopra un terreno a spola che si stende da settentrione a mezzogiorno sulla cima della verdeggiante collina, completamente libera dall’ostacolo di monti vicini. (U. MORI, Storia di Montecarlo)





Lungo tutto il crinale del sistema collinare che divide la Lucchesia dalla Valdinievole, che va da Montecarlo fino a Porcari, esistevano nel Medioevo parecchi fortilizi, a volte vere e proprie rocche, come sul colle del Cerruglio, a Montechiari, al Serravallino. Il più importante tra questi era il torrione del Cerruglio, massiccia costruzione dalle fondazioni in regolare pietra arenaria a filaretto proseguite da una muratura meno regolare in ciottoli di fiume, che oggi si presenta ancora imponente benché fortemente interrata dalla bastonatura cinquecentesca. Uno stemma della famiglia lucchese di Poggio emerge ancora al livello del terreno, indizio di un’antica maggiore elevazione dell’edificio rispetto al piano di calpestio attuale. L’interno appare scandito da cinque ambienti coperti da volte in mattoni, probabilmente dovuta alla ricostruzione dell’interno dopo il fulmine che lo colpì nel 1502, che sventrò le strutture interne della torre. Vista dalla parte interna della fortezza, la torre reca i segni di numerosi interventi edilizi, collegati con strutture lignee oggi non più esistenti, come la scala che portava all’ingresso principale ben sopraelevato. La sommità della muratura è frutto di recenti restauri che hanno ripristinato l’attuale parapetto, non merlato.
Al torrione principale, il vero e proprio “mastio” della fortezza, furono aggiunte, probabilmente nella prima metà del secolo XIV, due ali di muro, che facevano capo a due torri quadrate: è probabilmente su questo spazio triangolare fortificato che si rafforzò la difesa castrucciana delle colline al momento della battaglia di Altopascio (1325). Le due ampie torri, che occupano due vertici del triangolo, vennero restaurate ed ammodernate nel 1399, al momento in cui stava per prendere il potere in Lucca la fazione guinigiana. Anch’esse ripetono il modello del torrione, con una base in pietra serena regolarmente allineata, che sostiene un alzato in ciottoli, meno regolare ma altrettanto robusto. Una delle torri reca ancora le mensole originali, sulle quali insistevano in aggetto delle strutture in legno o mattoni. Occorre immaginare anche un sistema di fossati, palizzate e steccati a difesa del fortilizio nelle sue immediate adiacenze.

Nella torre, oggi detta di S. Barbara, sul lato NE, fu costruito l’arco dell’ingresso al triangolo fortificato: ancora oggi è possibile vedere lo spazio di scorrimento di un’antica saracinesca a protezione del massiccio legno chiodato del battente, tuttora in situ. Su questa porta venne collocata nel ‘900 un’immagine di S. Pietro con le chiavi, scolpita in pietra di Guamo. La figura del Santo, al quale è dedicata anche una porta delle mura cittadine di Lucca ed il materiale lapideo, proveniente da cave lucchesi, fa pensare che essa facesse parte di un antico apparato decorativo della fortezza, di cui questa è l’ultima traccia. In uno dei lati dello spazio fortificato si apre ancora oggi una piccola porta, detta “porta del soccorso”, a sua volta difesa da un piccolo procinto munito di feritoie, che doveva servire per rapidi scambi di persone e materiali senza dover ricorrere all’ingresso principale, sempre a rischio per la complessità delle manovre legate alla saracinesca e, molto probabilmente, anche da un ponte levatoio. Su questa porta è visibile uno stemma, che reca un leone rampante, di discussa interpretazione.

Non si sa nulla di eventuali costruzioni nell’area fortificata, se non entro la cortina che lega le torri secentesche di S. Barbara e dell’Apparizione. Il principale ambiente interno è qualificato da un soffitto ligneo a piccoli cassettoni, risalente alla fine del XIV secolo od agli inizi del secolo seguente. Il blocco fortificato si trovava, alla fine del 1300, ancora topograficamente lontano dalle mura del paese, costruite da vari decenni sullo stesso colle: gli “stipendiari” che abitavano ognuna delle tre torri (dette ciascuna “procintus”) avevano un accesso assai limitato al paese stesso, separato dalla zona militare da una sorta di “terra di nessuno”, solcata da fossati e palancati. E’ soltanto col XV secolo che le strutture della fortezza, fatte avanzare verso il paese, vennero a contatto con esso e ne inglobarono il tratto di mura che chiudeva l’abitato verso Nord. La particolare struttura sormontata dal ballatoio ad archetti aggettanti su mensole di pietra, che guarda verso il paese, venne riconosciuta come tipica dell’architettura militare fiorentina del 1400, epoca nella quale Montecarlo passò, per conquista, a far parte del territorio di Firenze. Alla sommità di due nuove e lunghe ali di muro, che delimitano un’area di forma irregolarmente trapezoidale, dotata di una grossa torre nell’angolo sud, correva un camminamento, ampliato e sorretto da mensoloni lapidei sporgenti verso l’interno, abbastanza più largo dello spazio utilizzabile attualmente per passare da una parte all’altra delle fortificazioni.

Una parte della zona fortificata dai fiorentini nel 1400, corrispondente all’ingresso che essi costruirono, sormontato dal giglio araldico della città scolpito nella caratteristica “pietra forte”, venne interrata completamente per tutta l’altezza del muro nel XVI secolo, probabilmente dopo la guerra con Siena. Esistono documenti che ricordano la presenza di Cosimo I in Fortezza nel 1564, epoca alla quale con ogni probabilità va fatta risalire l’ampia serie di lavori di fortificazione intorno alla rocca (e forse anche intorno alle mura paesane), la traccia più evidente della quale è il grande laterizio che incombe sull’odierna Piazza d’Armi. Protetta e sorretta da questo interramento, sorse l’ultima delle torri della Fortezza che sovrasta la “Piazzetta” (Piazza Garibaldi). La particolarità di questa torre è data dal fatto che essa non è rivolta contro l’esterno del paese, ma contro l’abitato stesso, sull’esempio della fortezza di S. Giovanni Battista a Firenze, che sembra più minacciare la città che i nemici al di fuori. In effetti, la conquista francese di Montecarlo nell’estate del 1554 aveva mostrato come il paese, in antico costruito sotto la protezione della fortezza, poteva anche divenire una minaccia per la fortezza stessa se i nemici si fossero insediati in strutture edilizie civili troppo vicine a quelle militari. Questa torre fu utilizzata per molti anni, in epoca recente, come deposito d’acqua per le esigenze della popolazione. L’impegno e la dedizione dei proprietari dell’immobile, di pertinenza privata fino al 1775, quando Pietro Leopoldo di Toscana alienò la struttura ormai decaduta delle antiche funzioni, hanno permesso la sua conservazione e la sua agibilità interna. Attualmente la fortezza è utilizzata come sfondo per numerose manifestazioni artistiche e culturali.

Il gatto con gli stivali.

Fonti:
S. NELLI, Opera Omnia.
U. MORI, Storia di Montecarlo.

lunedì 5 maggio 2008

Cronache del Tordo_ Angelo Macarini Carmignani, requiem di un Sindaco Montecarlese




Montecarlo, 20 Dicembre 1885

Una grave sventura ci ha colpiti. Il 15 di questo mese si spense in Lucca per tifoidea la vita di Angelo Macarini, nostro amatissimo Sindaco. Era nato in quella città il 25 maggio 1836 dal Dott. Antonio, che fu distinto medico e colonnello della Guardia Nazionale, e da Anna Putz gentile e virtuosa signora. Amò e Beneficò questo paese fino da quando, adolescente ancora, vi soggiornava coi genitori. Morta quivi una sua parente, la signora Anna vedova dell’Auditore Carmignani, ne ereditò il cospicuo patrimonio. Ed avendo ella fondata una scuola femminile che s’intitola dal suo nome, il Macarini divenne deputato della medesima, e questo grado conservò fino alla morte.
Per le aumentate ricchezze, con minor sacrificio, ma con eguale amore fu sempre prodigo del suo a favore della classe sofferente. Quando si istituì la Guardia Nazionale, egli meritò il grado di capitano e il comando per l’intero comune. Disimpegnò questo ufficio con soddisfazione di tutti; e quando la Guardia Nazionale andò mobilizzata a Camerino, animò coll’autorevole parola e favorì col denaro il contingente di Montecarlo, che partì volenteroso, ardito.
Con pari soddisfazione rivestì le funzioni di Consigliere Municipale. Nel 1875 fu nominato Sindaco e nello stesso tempo Cavaliere della Corona d’Italia, in ricompensa dei servigi resi al paese come patriota e come capitano della Guardia Nazionale. Col crescere dell’autorità crebbero le sue cure affettuose per il benessere di Montecarlo. Il nob. Cav. Angelo Macarini Carmignani esercitò sempre l’ufficio suo con grande zelo e con disinteresse.
Nacque quattordici anni fa per impulso di lui la Società Filarmonica, che ebbe gran parte del suo amore e conforti materiali e morali. I membri del Consiglio Direttivo del quale era presidente, il maestro ed i musicanti tutti nutrirono alta stima e affetto grande per il fondatore e sostenitore principale della nobile istituzione. Fu l’anima della Società Filodrammatica, per il buon andamento della quale non badò a spese e a sacrifizi d’ogni sorta.
Il cuore di quest’uomo, a cui la cittadinanza di Lucca e il paese adottivo rendevano giovedì scorso i funebri onori, non ebbe che palpiti generosi. Integrità di carattere, fermezza nei propositi, perseveranza nel bene operare, ecco le doti dell’animo di questo Angelo consolatore.
L’altrui maldicenza non fece ostacolo alla rettitudine delle sue intenzioni, perché egli non aveva il retaggio dei fiacchi. Era del resto remissivo ed accoglieva l’utile consiglio, perché voleva spendere con matura considerazione il patrimonio del comune, pel quale fu altrettanto avaro, quanto fu prodigo del suo. Onde si acquistò la simpatia, la gratitudine degli amministrati.
La memoria di Angelo Macarini non si cancellerà mai dal cuore dei Montecarlesi. Egli ha ottenuto il ristoro che il mondo suol dare ai suoi benefattori; è stato onorato in vita e pianto in morte da ognuno, pur da coloro che talvolta lo affissero come aspre censure. E’ il caso di ripetere col Leopardi: “Virtù viva sprezziam, lodiamo estinta”. La pubblica gratitudine, il pubblico rammarico verso chi esercitò pubblici uffici, generarono una pietà che commuove e invitano ad imitare l’esempio di chi seppe meritarli. Questo generale compianto sia di conforto alla desolata famiglia. Il desiderio manifestato dal paese di avere gli avanzi mortali del cav. Angelo Macarini, mostra l’amore e la venerazione che nutrì verso di lui.
Ogni Montecarlese, andando a Lucca, se non si recherà a visitarne la tomba per deporvi un fiore, penserà certo che in quel camposanto riposano le ossa d’un uomo benefico, d’uno zelante funzionario, d’un intemerato cittadino.
Il trasporto della salma del nob. Cav. Angelo Macarini-Carmignani ebbe luogo, come dicemmo giovedì 17 corr. A ore 3,30 pom. Apriva il funebre corteo la società di mutuo soccorso di S. Concordio di Lucca; venivano appresso la Banda Musicale di Montecarlo, la Misericordia di Lucca, il feretro ai cui lati era un drappello di pompieri. Stavano alla coltre i Sigg. Consigliere Delegato Gori, Comm. Avv. Pucci Sindaco di Lucca, Comm: Avv. Petri; Presidente del Comizio Agrario, Cav. Franceschini rappresentante il Sindaco di Capannori, Ing. Bianucci ff di Sindaco di Montecarlo. Seguivano il consiglio comunale di Montecarlo, la giunta comunale di Lucca, la rappresentanza del consiglio direttivo della Società filarmonica di Montecarlo, la rappresentanza della Confraternita di Montecarlo, la rappresentanza della Società Filodrammatica di Montecarlo, la rappresentanza degli insegnanti del Comune di Montecarlo, la rappresentanza del giornale il Tordo di Montecarlo, amici della famiglia di Montecarlo, Lucca, Livorno. Mancavano, sebbene invitate, la rappresentanza del Tribunale e quella dell’Esercito.
Nella chiesa di San Michele fu fatta l’associazione del cadavere; quivi pronunziò un breve, ma sentito discorso l’Ing. Bianucci, lodando la virtù dell’estinto. Il corpo musicale ebbe il gentile pensiero di deporre sulla tomba una corona d’alloro con questa iscrizione “I Musicanti di Montecarlo al loro Presidente”. Il trasporto riuscì imponentissimo e commovente. Immensa folla faceva ala al corteo. I Lucchesi, memori delle ottime qualità del Macarini, vollero così dare un’ultima prova d’affetto al loro amato concittadino.

La Redazione

domenica 4 maggio 2008

IL SINDACO DI TOUGOURI VISITA MONTECARLO


Lunedi 28 maggio Charles Issaka Kafando Maire (Sindaco) del villaggio di Tougouri in Burkina Faso ha visitato Montecarlo.

Nel corso della giornata ha visitato il Municipio dove è stato accolto dal Sindaco e dalla Giunta, poi si è recato presso l'Istituto Comprensivo Scolastico di San Giuseppe dove ha avuto modo di apprezzare l'organizzazione e la dotazione didattica della scuola presentagli dalla Dirigente Scolastica Prof. Dell'Osso.

In seguito, accompagnato dagli amici che da tre anni raccolgono fondi per la realizzazione di progetti umanitari in Burkina, ha visitato due aziende agricole ed effettuato un giro turistico del centro storico di Montecarlo.

InfoColle_ Settimana di furti a Montecarlo. Alzare la guardia tutti...

Nella settimana in conclusione si sono registrati a Montecarlo e San Salvatore una serie di atti "criminosi", furti in abitazione e non nella fattispecie, che non lasciano presagire niente di buono per il futuro prossimo. Intendiamoci, non si vuole qui creare ingiustificato panico ne agitevole allarmismo e nemmeno crediamo di dire un qualcosa di eclatante o sconosciuto alla cittadinanza nostra. I "raid" di cui parliamo si verificano con intensità variabile, seppur crescente, da un lustro a questa parte colpendo un territorio, il nostro, compreso dai signori malfattori nella propria vulnerabilità: case isolate di campagna, assenza di presidi di forze dell'ordine, zona periferica. Non occorre richiamare alla memoria tutti i casi degli ultimi tempi, basterà forse pensare alla disavventura dell'amico Fuso di Cercatoia balzato agli onori della cronoca nazionale per una rapina a mano armata nella propria fattoria, ma nemmeno ci pare "civico" ricordarci della nostra sicurezza solo quando ci si rileva palese la sua inesistenza. Il tema sicurezza è oggi all'ordine del giorno della politica nazionale e non solo - basti pensare al peso avuto nelle amministrative svoltesi in Inghilterra che hanno segnato una battuta d'arresto al partito laburista del fu leader Tony Blair - e ciò significa che alle parole la cittadinanza italiana tutta chiede possano seguire i fatti, ovvero il ripristino dell'ordine, il rispetto della legge, maggiori risorse e maggiore dignità alle forze dell'ordine, la certezza della pena. Non agire a fondo, non avere cioè anche a Montecarlo un segnale di maggiore attenzione da parte delle forze d polizia - che oggi direi "eroicamente" già pattugliano il territorio per quanto possono nei limiti di organico e di proporzione del territorio - significa spingere davvero il cittadino nelle morse della paura e del bisogno primario ed indiscutibile della difesa dei propri beni, con ogni mezzo a propria portata. Voglia la divina provvidenza che ciò non sia ancora dovuto verificare e che non si verifichi, certo è che gli episodi delle ultime ore non lasciano speranze se non il tempo di pensare a "chi sarà il prossimo". Teniamo alta la guardia allora, tutti assieme, sperando che chi ha il dovere e la responabilità del governo del territorio muova decisi passi verso il ripristino della legalità e della sicurezza per il cittadino, impiegando maggiori risorse sottraendole agli sprechi generali ed insopportabili che anche qui da Montecarlo possiamo osservare senza per forza dover scendere a Roma o chissà dove. Evitatiamo alla nostra gente di diventare come Paul Kersey - Charles Bronson nei panni del giustiziere, ma certo è che quando lo Stato latita innanzi al cittadino, allora solo al cittadino resta farsi Stato..

Ispettore Callahan

sabato 3 maggio 2008

Arte e RIme_ Il sole di Maggio che bagna Montecarlo


Con questa "Primavera di Rose" gentilmente postata dal grande Roberto Pasquinelli (http://www.robertopasquinelli.it/) vi auguriamo un maggio di primavera.. di più.. a tutti i lettori un invito a chiamare qui a Montecarlo i propri amici e parenti...
IL VIAGGIO

La vita è un viaggio,
sotto un cielo azzurro-gioia.
velato da nubi di dolore,
che a volte, più intense, lo oscurano.

Non io ho scelto di partire
ma sono grato a chi ha deciso per me
perché in fondo
è molto interessante viaggiare
ed alla fine di ogni tappauno stimolo nuovo mi impone
di andare avanti.

Così percorro sentieri tortuosi
lastricati di noia ed emozioni
ed attraverso giorni e stagioni
con passi felpati e decisi
fino a quando, come è normale
taglierò il Traguardo Finale.

In quel momento
mi auguro ancora lontano,
vorrei, a mente serena,
esclamare: “Ne è valsa la pena!”
Renzo Tori

giovedì 1 maggio 2008

InfoColle_ Primo Maggio a Montecarlo con la Filarmonica Puccini


Il primo maggio a Montecarlo regala non solo un degno momento di festa per i lavoratori ma associa al simbolismo della giornata lo spettacolo unico di una comunità, in questa occasione interpretato dalla Filarmonica G. Puccini con il suo annuale concerto nel Teatro dei Rassicurati. Un evento speciale, capace di colmare il Rassicurati e plagiarne il pubblico, innanzi alla consueta bravura esecutiva che la “Banda” di Montecarlo riesce ad offrire. Introdotti ed intercalati i brani dalla brava Tiziana Ulivieri, la Banda ci parla anche di se e del suo operare, promettendoci presto il proprio sbarco on line con il sito ufficiale, che attendiamo. L’esecuzione di quest’anno è stata poi allietata dalla presenza applaudita di Anna Maria Canali. Un’ora e mezza di concerto dedicato ai lavoratori, nemmeno oggi mentre scriviamo risparmiati da incidenti fatali, che ha preso il via con l’esecuzione dell’inno di Mameli e dell’Inno dei Lavoratori.
Frutto del grande pioniere del socialismo italiano Filippo Turati per il testo e del maestro Amintore Galli per la musica, l’inno dei lavoratori ha riecheggiato con le sue note a scandire, anche su suolo montecarlese, la celebrazione di una festa ormai secolare. Pare infatti secondo la tesi più nota che la celebrazione del primo maggio nasca negli Stati Uniti a seguito di alcuni incidenti e rivolte svoltesi appunto tra il primo e quattro maggio 1886 a Chicago (la cosiddetta rivolta di Haymarket), poi celebrato dal 1889 in Europa per mano della Seconda Internazionale, dal 1891 in Italia.
Nel filmato sopra un pezzo “live” del concerto 2008 con l’inno dei lavoratori di cui riproduciamo il testo:

Su fratelli, su compagne,/ su, venite in fitta schiera:/ sulla libera bandiera/ splende il sol dell'avvenir.Nelle pene e nell'insulto/ ci stringemmo in mutuo patto,/ la gran causa del riscatto/ niun di noi vorrà tradir.Il riscatto del lavoro/ dei suoi figli opra sarà:/ o vivremo del lavoro/ o pugnando si morrà.La risaia e la miniera/ ci han fiaccati ad ogni stento/ come i bruti d'un armento/ siam sfruttati dai signor.I signor per cui pugnammo/ ci han rubato il pane,/ ci han promessa una dimane:/ la dima si aspetta ancor.Il riscatto del lavoro/...L'esecrato capitale/ nelle macchine ci schiaccia,/ l'altrui solco queste braccia/ son dannate a fecondar.Lo strumento del lavoro/ nelle mani dei redenti/ spenga gli odii e fra le genti/ chiami il dritto a trionfar.Il riscatto del lavoro/...Se divisi siam canaglia,/ stretti in fascio siam potenti;/ sono il nerbo delle genti/ quei che han braccio e che han cor.Ogni cosa è sudor nostro,/ noi disfar, rifar possiamo;/ la consegna sia: sorgiamo/ troppo lungo fu il dolor.Il riscatto del lavoro/...Maledetto chi gavazza/ nell'ebbrezza dei festini,/ fin che i giorni un uom trascini/ senza pane e senza amor.Maledetto chi non geme/ dello scempio dei fratelli,/ chi di pace ne favelli/ sotto il pie dell'oppressor.Il riscatto del lavoro/...I confini scellerati/ cancelliam dagli emisferi;/ i nemici, gli stranieri/ non son lungi ma son qui.Guerra al regno della Guerra,/ morte al regno della morte;/ contro il dritto del del più forte,/ forza amici, è giunto il dì.Il riscatto del lavoro/...O sorelle di fatica/ o consorti negli affanni/ che ai negrieri, che ai tiranni/ deste il sangue e la beltà.Agli imbelli, ai proni al giogo/ mai non splenda il vostro riso:/ un esercito diviso/ la vittoria non corrà. Il riscatto del lavoro/...Se eguaglianza non è frode,/ fratellanza un'ironia,/ se pugnar non fu follia/ per la santa libertà;Su fratelli, su compagne,/ tutti i poveri son servi:/ cogli ignavi e coi protervi/ il transigere è viltà. Il riscatto del lavoro/...

Vittorio Fantozzi di Taccone

sabato 26 aprile 2008

INFOCOLLE_ UNA SIMPATICA ESCURSIONE PER TORDI MIGRATORI


L'associazione “Il Tuffetto” in collaborazione con il comune di Capannori, organizza 3 giorni (dal 31 Maggio al 2 Giugno) di passeggiate naturalistiche nei pressi dell’Abbazia di Vallombrosa.

LA VISITA
Andremo alla scoperta della natura e della storia della Foresta di Vallombrosa, caratterizzata dalle antiche cappelle edificate dai monaci.
La loro presenza ha profondamente plasmato questo ambiente rendendolo uno dei più importanti gioielli naturalistici d’Italia.
La Riserva Naturale Biogenetica di Vallombrosa, situata interamente nel comune di Reggello (FI),
si estende sulle pendici Nord Occidentali del massiccio del Pratomagno,
dal paese di Tosi fino alla cima del monte Secchieta; la sua estensione è di 1279 ettari.

La storia della riserva è strettamente legata a quella dell’ordine monastico benedettino della riforma di Vallombrosa. Il suo fondatore, S. Giovanni Gualberto, si rifugiò su questa montagna nel 1035.
L’area della riserva è rimasta di proprietà dei monaci fino al 1866, anno in cui viene data in gestione al Corpo Forestale dello Stato.

LA QUOTA DI PARTECIPAZIONE
Costo complessivo: € 138,00 a persona
Gruppo minimo di partecipanti: 50 persone

La quota comprende:
- Trasferimento in pullman turistico da Capannori a Vallombrosa A/R
- Pernottamento (2 notti) presso il Rifugio “Il Paradisino”
in camere doppie o triple con letti singoli
- Colazioni, pranzi e cene in ristorante, bevande comprese
- Visita all’Abbazia e all’Arboreto
- Escursioni
- Assistenza Guida Ambientale Escursionistica
- Assicurazione

La quota non comprende:
Tutto quanto non indicato nella voce “la quota comprende”.

ISCRIZIONI: pre-iscrizione per e-mail all'indirizzo
info@iltuffetto.it oppure per telefono al n.389/7816207.

Conferma previo pagamento acconto di 50,00 € presso la sede dell’associazione “Il Tuffetto”
o presso l’Ufficio Cultura del Comune di Capannori, entro e non oltre il 9 maggio 2008.
Per info: 389/7816207 oppure info@iltuffetto.it
Comune di Capannori – Ufficio Cultura
Tel. 0583-428432 E-Mail: m.ristori@comune.capannori.lu.it Fax 0583-428416

Si fa presente che il Rifugio, come tale, è una
sistemazione diversa da un albergo, si richiede una minima
adattabilità, sono necessari sacco a pelo o lenzuola.

Termine iscrizioni: 9 maggio.

Il Galletto Marzolo.

IN LIBRERIA_ALAIN DE BENOIST, Oltre il Moderno, Arianna, 2005.


Il XX secolo si é concluso nel novembre 1989, con la caduta del muro di Berlino. Il XXI secolo é iniziato nel 1993, con la prima diffusione su grande scala della rete Internet. Non ci sono dubbi: con l'avvento del Web, della "tela" mondiale, si annuncia un'epoca inedita: l'epoca delle reti. Internet é una rete la cui circonferenza é ovunque e il centro da nessuna parte. Questo medium decentralizzato, interattivo, orizzontale, che collega gli uomini alla velocità dell'elettrone, costituisce una sorta di cervello planetario i cui neuroni sono gli individui. Più di trenta milioni di persone sono già entrate in questa società comunicante globale, che supera agevolmente le frontiere e i controlli. Ogni mese vi si aggiungono un altro milione di contatti. Sulle "infostrade" dove lo scritto, il suono e l'immagine si fondono in un unico linguaggio numerico, si va disegnando un mondo nuovo, un "cibermondo", popolato di "cibercittadini". Nè i governi nè gli uomini politici hanno sinora compreso l'esatta misura di questo fenomeno, e tantomeno delle sue conseguenze.
Ogni evoluzione tecnologica secerne la propria ideologia, e questa ideologia guida il cambiamento sociale. Nelle società tradizionali, il tipo di relazione era principalmente territoriale e si collocava all'interno di uno spazio continuo. L'urbanizzazione ha profondamente modificato quel modello. Alla disgiunzione tra luogo di lavoro e luogo di residenza si sono aggiunte prassi sociali che consentono di uscire quotidianamente dal proprio domicilio (multilocalità). Lo spazio diventa un bene come un altro, che si può vendere, accumulare o scambiare. L'avvento delle reti trasforma e accelera il processo. Mentre la comunicazione diviene il motore essenziale del legame sociale, l'estensione delle reti comporta la frammentazione e la de-istituzionalizzazione delle società. Non si appartiene più, non si aderisce più: l'imperativo categorico é essere "in connessione". I partiti politici non sono più un mezzo forte di affermazione di sé, i sindacati perdono terreno a vantaggio dei "coordinamenti" o delle "associazioni". Nel mondo delle reti non ci sono più nazioni o popoli, bensì appartenenze multiple, aggrovigliate: tribù, diaspore e clans.
Walkman e telefono portatile sono altri attrezzi che liberano dal luogo fisso. "Le vie e le piazze saranno invase domani da mutanti affaccendati che parlano da soli ". Si crea in tal modo una società di nomadi - nomadismo degli oggetti, dei valori e degli uomini -, che privilegia la comunicazione trasversale, appiattendo tutte le strutture istituzionali e piramidali classiche. Un mondo virtuale, senza distanze né scadenze, un mondo di reti criptate incontrollabili, in cui circolano oggetti smaterializzati che possono trasformarsi in oggetti materiali all'arrivo, ma che può anche diventare una giungla finanziaria, mentre le Borse si trasformano in casinò elettronici.
Internet serve a comunicare, ma la sua comunicazione abolisce lo spazio e il tempo, ovvero il contesto entro cui fino a ieri si collocava la libertà umana. In tal modo, la rete incarcera l'individuo in una sfera privata che si limita sempre più al telecomando o alla tastiera. Lo scivolamento progressivo del lavoro verso il domicilio (tele lavoro) va nella stessa direzione. Se si può virtualmente scoprire il mondo restando a casa, si chiede il filosofo Paul Virilio: perchè uscire? Infine, le reti accentuano tutti i tratti essenziali dell'epoca: il gusto dell'immediato (lo zapping), l'oblìo della storia e del perché delle cose, ed il divertimento come modo privilegiato di accesso al mondo. La libertà di espressione si riduce sempre più alla sua forma commerciale, la sovranità assoluta del consumatore. Bill Clinton ha definito il commercio elettronico "il Far West del l'economia globale". In un universo nel quale tutto é a pedaggio (global marketplace), soltanto il mercato distrae ancora dalla solitudine.
L'avvio delle reti crea però anche raggruppamenti di un nuovo tipo. Quando il "Gay Pride" riunisce 300.000 persone a Parigi, quando le Giornate mondiali della gioventù mobilitano un milione di giovani cattolici a Longchamp, quando un milione di tedeschi prendono parte a Berlino a una "love parade", i sociologi parlano di "movimenti popolari non identificati", ribelli agli abituali schemi di analisi. Queste grandi adunate di folla più o meno spontanee rappresentano in realtà il tipo di manifestazione che corrisponde al mondo delle reti. Al di là dell'evidente diversità delle motivazioni, sono una cosa sola: modi postmoderni di affermazione di un sentimento, di una credenza o di un modo di vita condiviso, che si collocano all'interno dell'attuale tendenza all'affermazione di identità comunitarie che esorbitano dalle classiche appartenenze. Cosi, i flussi si sostituiscono dappertutto ai territori.
Internet é solo la forma più immediatamente visibile di questa deterritorializzazione. Siamo soltanto all'inizio di un fenomeno, e sbaglia chi crede che esso possa essere reversibile nel breve termine. L'avvento del mondo delle reti é una sfida. Molte cose, domani, dipenderanno dal modo in cui si saprà darle una risposta.
Beppe Brillo.

venerdì 25 aprile 2008

Storia &Tradizioni_ 63 primavere di Libertà nel ricordo del montecarlese Manfredo Bertini, medaglia d’oro


C’è una medaglia d’ora al valor militare nella storia recente della nostra Montecarlo. La porta con se, nella memoria collettiva a volte un po’ sbadata, un ragazzo morto a 30 anni – gli stessi di chi scrive – per la verità uccisosi facendosi saltare aria con una bomba a mano che teneva, ferito e febbricitante, sotto il mento. Non ci importa oggi della medaglia, avuta postuma come tanti e troppi eroi facili a dimenticarsi nel nostro paese, bensì ci interessa ricordare l’uomo e concittadino, il suo tempo e la sua scelta. Nell’immensa memorialistica del giorno della Liberazione, ahimè oggi sempre più sinonimo di giorno festivo, mentre si dileguano per via naturale gli ultimi protagonisti e le letture più faziose ad uso della politica vanno scemando sotto il soffiare di problemi più pressanti e contingenti per gli italiani, privati del tempo materiale necessario alla coltivazione della propria ampissima identità, a noi resta Manfredo Bertini, il suo sorriso su una foto color seppia, le sue parole prima della morte, la sua passione in vita.
Nato a Montecarlo nel 1914, non era un militare di professione, tanto meno un militante politico, bensì un tecnico della fotografia e del montaggio, coniugato con un figlio, iscritto all’Università di Pisa e noto nell’ambiente cinematografico per le sue competenze in campo cinematografico (prima della guerra aveva curato – ad esempio - la fotografia di Pioggia d'estate del 1937, curandone anche il montaggio, Ragazza che dorme del 1940, Cenerentola e il Signor Bonaventura del 1941, Il Re d'Inghilterra non paga sempre del 1941, La casa senza tempo del 1943). La sua vita verso il sacrificio prende avvio, come quella di tanti ragazzi italiani, all’indomani dell’armistizio dell’8 settembre 1943, quando l’Italia vede svanire lo stato con le sue istituzioni e diventa essa stessa un campo di battaglia e di rovine. Oggi la storia, con i suoi documenti, ha saputo trasmetterci il dramma di quei giorni letto negli animi dei giovani di allora, tra chi prese la strada dei monti, chi la strada di Salò, chi quella dell’attendismo sicuro. Entrare nel merito ci porterebbe lontano dall’intento di questo nostro post, ma per e nel contesto dell’Italia di quei giorni ognuno prese la strada che considerava obbligata – non dirò appositamente “giusta”, perché travaserei il presente nel passato e continueremmo a non venirne fuori – fosse quella della liberazione dall’occupazione tedesca e dal fascismo, quella della fedeltà all’alleato tedesco ed alla bandiera nazionale, quella della lealtà alla monarchia, quella dell’attesa della fine della guerra.
Manfredo fa la sua scelta ed è in Versilia nell’autunno del 1943 ad organizzare le prime fila della resistenza in Toscana. Scegli il suo nome di battaglia, Maber, dalle iniziali del suo nome e cognome e diventa punto di riferimento – ufficiale seguendo un lessico militare – del gruppo “Marcello Garosi” nella divisione Giustizia e Libertà. E’ il principale ideatore del viaggio di Vera Vassalle, che porterà alla nascita di “Radio Rosa” e conierà il detto “Per chi non crede” – monito per coloro che, seppur antifascisti, titubavano nel passare alla lotta armata - che sarà poi il segnale d’intesa concordato con gli alleati perl’aviolancio di Foce di Mosceta. Il 5 marzo 1944 finisce agli arresti in Versilia, ma con particolari rocamboleschi riesce a dileguarsi per rimettersi ad organizzare l’indebolita resistenza viareggina. Il 10 giugno Manfredo raggiunge Brindisi, si collega con gli alleati, segue un corso di addestramento per entrare far parte del Servizio Informazioni ed in agosto è paracadutato nel Piacentino. Entrato in contatto con la divisione partigiana Giustizia e Libertà “Piacenza” comandata da Fausto Cossu, nel novembre 1944 – dopo un’attività proficua di informazione trasmesse agli alleati che però non rispondono alle sue richieste di invio di armamenti per la resistenza – Bertini resta ferito, già ammalato, durante l’attacco e rastrellamento delle divisioni “Turkestan” e “Littorio”. Il 24 novembre si compie il suo ultimo atto di vita quando, impossibilitato alla ritirata se non a rischio dei propri compagni – decide di distruggere la propria radio trasmittente e suicidarsi con una bomba a mano. Prima del gesto Manfredo trova il tempo di scrivere alla famiglia:

Date le mie condizioni di salute, veramente pessime, a seguito della ferita ricevuta tre mesi or sono, sentendomi incapace a proseguire con mezzi propri, anche per la fatica sostenuta durante la giornata di oggi e d’ieri, sono costretto a fare quello che sono in procinto di compiere, per consentire agli altri componenti la missione di mettersi in salvo e continuare il lavoro. Sono certo infatti che la fatica che li attende i prossimi giorni nel tentativo di mettere in salvo sé e gli apparati sarà tale da non consentire la cura del sottoscritto; e sono certo d’altra parte, dati anche i rapporti di parentela e di stretta amicizia che mi legano con i componenti le missioni Balilla I - Balilla II, che per nessuna ragione al mondo, diversa da quella che io stesso sto per procurare, i detti componenti abbandonerebbero il sottoscritto. Giuro di fronte a Dio che la mia di stanotte non è fuga e questo desidero sappia mio figlio.

Groppo, 24 novembre 1944Manfredo Bertini


Questo quello che oggi possiamo raccontare. Manfredo riceverà il 4 dicembre 1945 la laurea “ad honorem” dall’Università di Pisa, poi la Repubblica Italiana conderà a lui una medaglia d’oro al valor militare con la seguente motivazione:
Iniziatore della costituzione di unità di patrioti in Toscana, partecipava a molte azioni di guerra contro i tedeschi con raro sprezzo del pericolo. Traversate le linee si metteva a disposizione degli Alleati e si faceva aviolanciare in territorio occupato dai tedeschi. Incaricato dell'organizzazione del servizio informazioni inviava agenti nell'Italia settentrionale, trasmetteva più di 200 messaggi di notizie militari e collaborava nell'attuazione di numerosi lanci dagli aerei. Combattendo a fianco di un gruppo di patrioti rimaneva gravemente ferito e parzialmente paralizzato ad un braccio. In altra violenta azione contro soverchianti forze nazifasciste dopo essersi strenuamente difeso, esaurite le munizioni, immolava la sua giovane vita per la rinata libertà della Patria.Toscana, settembre 1943-30 novembre 1944.


Oggi lo ricorda una lapide appesa alla casa paterna in Montecarlo, una piazza intitolata nella frazione di San Salvatore, un monumento sul luogo in cui si tolse la vita alle Aie di Busseto nel comune di Pecorara in provincia di Piacenza. In provincia di Piacenza, inoltre, la storia di “Maber” Bertini è anche divenuto tema di un concorso scolastico da cui è nato un fumetto che ne narra le vicende. Con questo breve articolo vogliamo contribuire anche noi, contro l'andare fatale del tempo, ricordare - uno tra i molti certamente di cui la storia oggi ci lascia ancora il silenzio - un nostro concittadino, prima di tutto, caduto in gioventù nella battaglia della libertà d'italia. Farlo vivere ancora nella memoria a futuro ricordo di un momento in cui il nostro paese si trovo a lotta fratricida e dal cui sangue sorse l'Italia democratica di oggi. Dimenticare significa perdere il senso del sacrificio di molti, disperdere il senso della storia d'Italia, indebolire la nostra identità e prepararsi a seminare nuovi e più funesti presagi sul futuro. Un nuovo modo di comunicare si rende necessario.

Vittorio Fantozzi di Taccone